La madre di tutte le riforme europee, la riforma dell’Eurozona, è l’oscuro oggetto di contrastanti desideri nel Vecchio Continente. Ieri Simon Nixon, in un articolo sul Wall Street Journal Online intitolato “La sfida dell’Eurozona: non bruciare la ripresa”, fotografava la situazione di un Continente, nel quale un’economia in crescita sostenuta apre spazi insperati a una incisiva politica di aggiustamento senza la quale la ripresa è a rischio. Il punto è che tra i membri del club c’è chi spinge e chi frena. L’Italia è tra i secondi e da questo punto di vista, anche al netto delle fibrillazioni politiche, pare uno dei maggiori problemi agli occhi degli osservatori internazionali.

Nel suo articolo Nixon cita il duello a distanza che vede protagonisti, da un lato un gruppo di quindici influenti economisti francesi e tedeschi che dalle colonne di Le Monde e del Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) hanno lanciato alcune proposte “forti” di riforma dell’Eurozona, e dall’altro un drappello di noti economisti italiani della School of european political economy (SEP) della Luiss che sugli stessi quotidiani e sulla rivista LuissOpen, hanno criticato nel merito le proposte dei colleghi. Il confronto si svolge all’altezza di una raffinata analisi economica ma ha una forte valenza politica ed è emblematico della situazione descritta da Nixon. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, segnala forse una novità.

Sta prendendo corpo cioè, nelle file dei cultori nazionali della scienza triste, quello che potremmo chiamare il partito antitedesco moderato, ovvero di chi pur non essendo pregiudizialmente ostile alla visione tedesca dell’Europa, ne critica le posizioni che per semplicità potremmo chiamare a la Schauble,  giudicate pericolose non tanto per il loro rigore, quanto per la loro potenziale carica di instabilità. E’ un partito da non confondere con i fiancheggiatori dei movimenti euroscettici, ma che corre sulla sottile linea di confine (per ora non oltrepassata dai suoi esponenti) tra la critica accademica e la critica interessata alla difesa di un paese, l’Italia, che il problema irrisolto del debito rinchiude sempre più sulla difensiva. Ed è significativo che ieri la Faz lo abbia attaccato con durezza.

Aspettando di sapere quale coniglio uscirà dal cilindro delle elezioni politiche, il gruppo di economisti della Luiss (Bastasin, Benigno, Messori, Micossi, Passacantando, Saccomanni, Toniolo) è di fatto  l’unica autorevole voce nazionale nel dibattito a trazione franco tedesca sulla riforma dell’Eurozona.  Ai firmatari della risposta italiana agli economisti di Parigi e Berlino (da Pisani-Ferry a Brunnermeier, da Feld a Veron, da Fuest a Martin) le proposte dei colleghi “seppur costruttive” non piacciono nel metodo e nel merito. Nel metodo non piace la sproporzione tra le ipotesi di cospicua riduzione dei rischi avanzate e la modestia dei progressi sollecitati verso la condivisione degli stessi. Il che li fa sospettare che il vero target del documento sia di fatto un solo paese: l’Italia.

Nel merito poi, non piacciono agli italiani soprattutto due aspetti: l’introduzione di un meccanismo automatico di ristrutturazione dei debiti sovrani dei paesi in crisi, una sorta di bail in destinato agli Stati, e l’applicazione ai titoli pubblici detenuti dalle banche di coefficienti di rischio diversificati nel calcolo dei requisiti di capitale al fine di spezzare il legame perverso tra debito sovrano e credito. Nel primo caso, si rileva, il meccanismo fu sperimentato per la Grecia nel 2010 con l’accordo Merkel Sarkozy di Deauville, col risultato di esportare la crisi dell’euro dall’Egeo al resto del Mediterraneo. Errare humanum, perseverare diabolicum, dicono alla Luiss, citando il detto latino caro all’avvocato Agnelli. In conclusione per il gruppo della Sep le proposte dei colleghi franco tedeschi, apprezzabili nelle intenzioni, sono da respingere in blocco in quanto avrebbero effetti opposti a quelli desiderati.

Il documento della Sep, firmato dagli esponenti più attivi della Scuola, ma sostanzialmente condiviso con pochi distinguo da tutto il nutrito gruppo di senior fellows, è stato accolto con favore dagli esperti di scuola keynesiana da sempre critici dell’attuale architettura europea, come Giorgio La Malfa e Piergiorgio Gavronski per esempio, che vi intravedono un primo segno di “ravvedimento”. Altri, come Veronica De Romanis, lo condividono ma trovano che la sua efficacia sarebbe stata maggiore se avesse illustrato anche ciò che l’Italia dovrebbe concretamente fare sul piano della riduzione dei rischi, in particolare del debito. Riccardo Perissich ritiene che è anche l’inazione italiana ad avere condotto a una certa radicalizzazione delle posizioni tedesche. Dal fronte accademico opposto arrivano invece alcune precisazioni.  Nicolas Veron, per esempio, afferma che il loro documento non propone l’introduzione di coefficienti di rischio specifici sugli investimenti in titoli di Stato delle banche. Ma dalla Luiss si ribatte che il combinato disposto dell’introduzione di limiti regolamentari ai portafogli sovrani delle banche e della proposta di emettere titoli sovrani esplicitamente rischiosi equivale nella sostanza alla introduzione dei coefficienti di rischio anche se non esplicitamente citati.

Gli italiani sono in ogni caso moderatamente soddisfatti. Secondo un articolo della Faz il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, avrebbe manifestato la sua contrarietà alla introduzione di automatismi nella ristrutturazione dei debiti sovrani. “Un mezzo risultato l’abbiamo ottenuto, costringere i francesi a fare chiarezza”, commenta Bastasin. Ma da Bruxelles non giungono notizie altrettanto positive. La scorsa settimana la Commissione ha presentato la sua proposta sul completamento dell’Unione bancaria che recepisce nella sostanza la linea di Berlino in materia di assicurazione mutua dei depositi (prima la riduzione dei rischi poi la coassicurazione) e annuncia una iniziativa sul Meccanismo europeo di stabilità (Esm) che sembra ricalcare il recente piano di Wolfgang Schauble.

Marco Cecchini

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