Quando si osservano i rapporti tra i grandi paesi europei, l’attenzione si concentra soprattutto sull’andamento delle variabili economico finanziarie fondamentali: l’incidenza del deficit sul Pil, il debito, la crescita, il commercio estero e via dicendo. E su di essi che si basano in larga misura i rapporti di forza dentro l’Unione. Questa tendenza a valutare i pesi dei singoli paesi per lo più sulla base del rispetto di parametri quantitativi è un po’ una deformazione del Trattato di Maastricht. I parametri quantitativi infatti raccontano un pezzo di verità, per quanto importante, ma non tutta la verità. In realtà, i parametri sono l’epifenomeno di culture economico sociali e filosofie politiche diverse, alcune delle quali vincenti altre perdenti.

Schematizzando molto con riferimento ai tre grandi paesi fondatori dell’Europa, si potrebbe dire per esempio che i numeri della Germania riflettono una forte cultura della stabilità connessa alla forza dell’Ordoliberalismo tedesco, quelli dell’Italia una cultura della flessibilità delle regole che sembra elemento caratterizzante della storia del Paese, mentre la Francia in un certo senso sta nel mezzo, raccogliendo in una alcune caratteristiche del Nord e del Sud Europa. Questa visione “culturale” dei rapporti tra i Grandi d’Europa è tornata di attualità con l’elezione di Emmanuel Macron nelle presidenziali dello scorso maggio.

Con la vittoria di Macron infatti si è riaperto il dossier “rilancio dell’Europa” che era rimasto in cerca d’autore tra Parigi e Berlino. In Italia ci si chiede se il neo presidente potrà essere un buon alleato nello sforzo per allentare i vincoli che stringono in modo particolare un paese indebitato come il nostro. In Germania ci si interroga sulla reale capacità di Macron di riformare il paese, superando antichi vizi statalisti e un certo lassismo finanziario. Francia e Germania si chiedono se l’Italia ce la farà ad uscire con le proprie gambe dalla crisi che la attanaglia.

Complici anche le imminenti elezioni di settembre l’establishment tedesco e la grande stampa si sono mossi finora con i piedi di piombo nel pesare l’effetto Macron. Secondo l’economista Markus Brunnermaier, docente a Princeton ma ascoltato anche a Berlino, autore di un libro intitolato <The euro and the battle of ideas>, le difficoltà dell’Unione europea derivano in larga misura dalle diverse filosofie economiche e politiche dei paesi fondatori: in particolare divergono le idee stataliste sommate a una certa inclinazione alla flessibilità di Parigi e il combinato disposto della rigidità rispetto ai Trattati e dello scetticismo di Berlino in materia di intervento pubblico. Le tesi di Brunnermaier sembrano confermate da un editoriale pubblicato subito dopo le elezioni con cui il direttore-editore della Faz (quotidiano tedesco molto vicino alla Bundesbank e al ministro delle Finanze di Berlino, Schauble) Holger Steltzner, ha demolito il programma economico del neo presidente definito <poco coraggioso>, come se per risanare l’economia francese <bastasse girare alcuni bulloni del suo motore>. <Non basta – secondo la Faz – ridurre la spesa pubblica dal 56 al 53 per cento, mentre non si toccano le 35 ore e si lascia a 62 anni l’età pensionabile> <Irricevibili> vengono definite poi le proposte in materia di euro, come l’aumento del bilancio dell’eurozona, una qualche forma di mutualizzazione del debito e l’introduzione di quelli eurobond che Angela Merkel ha giurato non arriveranno mai <solange ich lebe>, finchè sarò viva.

Le posizioni di Brunnermaier e della Faz sono sicuramente estreme, ma colgono un punto sensibile del rapporto franco tedesco. A Berlino non si firmano cambiali in bianco e le professioni di adesione alla cultura della stabilità del neo presidente sono attese al test della riforma cruciale del mercato del lavoro che Macron dovrà affrontare in autunno.

Secondo un altro economista tedesco, Daniel Gros, direttore del Ceps di Bruxelles, uno dei maggiori think tank europei, <il vero problema sulla strada del rilancio europeo è rappresentato dall’Italia>, che presenta invece le maggiori divergenze rispetto alla cultura della stabilità. Secondo Gros <le posizioni franco tedesche si possano conciliare e un rafforzamento dell’asse Parigi-Berlino è oltre che auspicabile possibile>. <In materia di finanza pubblica – secondo Gros – la filosofia di Macron, che ha fatto suo il principio del pareggio di bilancio, si avvicina alle posizioni tedesche>. Inoltre la crescita dell’economia francese sta gradualmente convergendo con quella della Germania e il debito pubblico è sotto controllo. Tutto ciò fa di Parigi un partner finanziariamente affidabile.

Non altrettanto può dirsi invece di Roma, per la quale il mix tra alto debito, elevata presenza di titoli di Stato nei bilanci delle banche e bassa crescita è fonte di una continua instabilità economica che va a sommarsi all’instabilità politica. L’Italia inoltre si oppone alla riforma della disciplina contabile di titoli di Stato di cui le sue banche sono piene fino al collo. Con un paese così nell’ottica di Gros è difficile per la Germania accettare qualunque forma di mutualizzazione del debito o la creazione di un fondo comune di tutela dei depositi bancari, che rappresentano i passi essenziali per la definitiva messa in sicurezza dell’euro e l’avanzamento del progetto di unione bancaria.

Il rilancio dell’Europa dovrà passare dunque secondo Gros da una mediazione del nuovo presidente francese tra le esigenze divergenti dell’Italia e della Germania. Un compito che tuttavia non si annuncia facile e al quale alla lunga Macron potrebbe finire per sottrarsi.

Marco Cecchini

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